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"LA TERRA" cantata da Romano Pascutto

ILLUSTRAZIONE DI REMO PASETTO

Romano Pascutto, quando scriveva, scriveva della sua gente.
Era la gente di un paese di campagna che si affacciava, nel dopoguerra, ad una nuova realtà, la realtà industriale che pochi anni dopo avrebbe creato quel boom economico che molti ci hanno invidiato ma che già portava in sè il germe di storture sociali, di meccanismi di crescita fragili, di scollamento tra crescita economica e crescita sociale, di conflitti i piú disparati, che ancora oggi si trascinano con scenari diversi ma con la stessa intensità quand'anche non aumentati.

Romano scriveva dei contadini per raccontare, di quel mondo, le grandi fatiche, le grandi difficoltà, le lotte per l'affrancamento del bracciantato dallo sfruttamento, per riuscire a dare la terra a chi la lavorava; ma anche per rivelare e raccontare i grandi valori che il mondo contadino di quegli anni portava con sé con grande orgoglio, con piena coscienza, e con la forza e la voglia di conservarli, e di trascinarli con se lungo un cammino spesso impervio pur con la volontà e la determinazione di cambiare.

 

 

 

 

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Ed ecco allora emergere molti dei temi dell'opera letteraria di Pascutto: il rapporto con la natura, i sentimenti dell’uomo, la famiglia, la grande famiglia contadina, gli affetti, il senso della vita, l’amarezza e la speranza, e, pervasivo, il profumo della sua terra, dell’acqua, dei luoghi, della gente che vive, che soffre, che gioisce, che muore.
Infine, l’amore, infinito ed incondizionato, che Romano Pascutto ha dedicato a tutto questo, alla sua terra, alla sua gente.



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