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Testi critici e testimonianze

Il contenuto di questa pagina è tratto dal foglio pubblicato in occasione dell'inaugurazione (8 dicembre 2012) della MOSTRA PERMANENTE che è stata allestita nell'atrio del piano primo della Sede Municipale grazie alla donazione di Flavia Stradiotto, figlia dell'artista, che abbiamo accettato con infinita gratitudine e ci permette di illustrare il percorso e l'evoluzione di un artista da annoverare tra i personaggi che fanno onore a San Stino di Livenza e, più in generale, all'arte e alla cultura.

Testi critici e testimonianze

Una coincidenza del destino: nel 2011 si sono festeggiati i 150 anni dell’Unità d' Italia e contemporaneamente ricorreva il centenario della nascita del maestro, in arte, fraNevino ( fratello di tutti gli esseri viventi). Quest’anno 2012, a vent’anni dalla sua morte, il Comune di San Stino di Livenza gli dedica una sala, con una mostra permanente del maestro. La figlia Flavia Stradiotto per questo evento ha donato al Comune 22 opere, tra le più significative del percorso artistico dell’artista. La straordinaria personalità umana e artistica di fraNevino è testimoniata dalla sua vita e dalla sua ricerca artistica fantastica ed eclettica. La sala ospita alcune opere eseguite nei tre luoghi a lui cari, in cui ha maggiormente operato: nello studio della sua casa a San Stino di Livenza, nel pied-à-terre di Parigi, di sua proprietà, dove soggiornava a periodi e nell’atelier di Portogruaro in via del Rastrello. Le sue prime affermazioni risalgono agli anni ’50 documentate nella monografia e tratte dagli articoli apparsi nel Gazzettino, nel Secolo D’Italia, nel Popolo, nel Messaggero e in un quotidiano austriaco.

Tra i critici dell'epoca, Amadio Pizzin, già nel 1956 sottolineava “… attraverso un accentuato senso di osservazione ad una costante ricerca di nuove forme, lo Stradiotto è riuscito a crearsi una personalità artistica tutta sua, schiva da formalismi tecnici e canoni scolastici”.

Il poeta Romano Pascutto in una presentazione, citata dal Messaggero, ottobre 1976, dice: “Rifacendosi a modelli metafisici chiaramente dechirichiani, con una interpretazione tuttavia personale, Nevino Stradiotto propone l'enigmaticità della materia da cui è chiaramente sconvolto perché si sente ben poca cosa di fronte all'incommensurabilità del Creato, ma nello stesso tempo si rincuora perché intravvede, sia pure lontana, una prospettiva positiva del futuro.”

L’artista e critico d’arte Salvatore Errante Parrino, nella rivista “Veneto Orientale” n. 5 del 1985 evidenzia l’importanza artistica dei collage e delle fotografie: “… C’è una Portogruaro incredibile: a volte assomiglia ad una grande città americana…questo trucco dello specchio è stato inventato da Nevino Stradiotto ...!”

Mons. Arrigo Sedran, nel Popolo, Agosto 1992, così commenta l’operato del maestro “ Io mi auguro che altri lo ricordino nelle sedi idonee come pittore, come restauratore, come Presidente dell'Associazione Dai Monti Al Mare per l'annessione del Portogruarese alla provincia di Pordenone, come fotografo, come amante della musica classica, come verseggiatore, come sognatore “poeta” nel senso che lo era un certo personaggio manzoniano; io lo ricorderò, come esperto in umanità, anche se troppi si sono dimenticati di dirgli “grazie”per il bene che ha fatto in pro degli altri e della comunità, naturalmente “gratis”. Lo ricorderò come l'amico che ha restaurato le pale d'altare del Duomo di Portogruaro; riportato in bella luce, con pazienza da certosino, la Madonna del Palù, che si trovava coperta da uno strato di malta e di gesso in via Bernardino da Portogruaro; che si è trasformato in manovale, muratore, e fabbro, per rendere abitabile la colonia alpina di Tualis; in fotografo per aiutarmi nella catalogazione dei Capitelli della Diocesi; in Buon Samaritano, per portare il conforto d'una visita o di un interessamento per qualche ammalato, per fare compagnia a qualche persona anziana …”

Il critico d’arte Giancarlo Pauletto, per la mostra “Ai Molini” del 1997, così scrive: “ E’ sempre un’emozione rivedere le opere che segnano una vicenda artistica fin dalle origini…Stradiotto fu sempre attento e curioso di quanto si andava agitando nell’arte contemporanea…colpisce … la proprietà tecnica …la varietà dei riferimenti ed influenze…quasi la sua intenzione fosse quella di rifare a modo suo certi stili pittorici…E tuttavia questo variare e modificarsi trova i primi anni ’70 un punto fermo importante I miti del Livenza …”

Nella monografia, da me curata, L’arte di essere un punto! del 1999, nell’introduzione l’artista, storico e critico d’arte Franco Batacchi mette in luce l’importanza dell’opera del maestro: “... La convinzione di essermi imbattuto in un autore di altissimo livello … La pittura espressa dall’artista … può tranquillamente reggere il confronto con i maestri del surrealismo e della metafisica … Il mondo inventato da fraNevino nei suoi cicli destinati a rimanere nella storia dell’arte del nostro tempo - mi riferisco ai Paesaggi Lunari del ’58, alle Favolette degli anni ’60, alle Navicelle Spaziali del ’69 ispirate al mito infranto dell’intangibilità di Selene, ai Miti dei Telai che occupano il cruciale periodo ’69-77, agli omaggi a Pablo Neruda e ai Miti del Livenza del ’73 … L’analisi dei dipinti prodotti nel suddetto ventennio richiederà studi approfonditi … che qualche giovane vi si applichi, ad esempio in sede di tesi di laurea …”.

Il critico d’arte Diego Collovini fa notare che nell’area del Veneto Orientale è raro che un artista della sua generazione si sia espresso nella corrente metafisico-surrealista come fraNevino e a tale proposito osserva : “… nei cicli Grecia ed Espgna, una particolare attenzione per una pittura attenta ai grandi artisti di quella terra. Se da un lato il pittore di Volos (De Chirico),viene più volte citato non nelle sue figure, ma attraverso una rivisitazione di una metafisica più passionale e spesso ironica, dall’altro invece dal sole della Spagna affiorano le figure di Dalì. Così visi immaginari, bocche accennate fanno del lavoro di fraNevino una attenta rivisitazione del surrealismo proponendo però le personali interpretazioni del mondo e delle forme che contribuiscono a definire le parti distintive di una realtà immaginaria: figure e forme espresse in un disordine formale, ma non certo compositivo; come queste pitture fossero una interpretazione di un’esperienza surreale già vissuta negli anni sessanta con i collages, con i quali l’artista ha voluto rigenerare, decontestualizzandoli, i miti della carta patinata …”

L’artista e allievo spirituale Biagio Pancino in una lettera del 1999 rivela l’umanità del pensiero del maestro: “… Da quel giorno, col tuo fare semplice e naturale, mi hai fatto capire il senso e la proporzione delle cose, delle idee, degli oggetti, dei fatti che sembrano a prima vista, meno importanti … Con te il passato è sempre presente. Rivedo ora la nostra San Stino anche con i tuoi occhi ... Non impastavi la tua tavolozza con tubi di colore, ma con i sentori e i colori della nostra terra.”

Le opere donate documentano momenti della vita del maestro. Si può vedere un suo bellissimo e statuario autoritratto degli anni ’30; la casa di San Stino ricoperta da una coltre di neve ci appare soffice e delicata come il canto di una culla e rievoca una poesia di fraNevino dal titolo -Nascita-: “sono nato tra musiche antiche / e salti moderni, /fuori della porta/ una candela accesa/ come stella al calar del sole/mio padre sempre in movimento/ attendeva l’alba;/ Ero il firmamento”. Il quadro, che rappresenta il palazzo dove Stradiotto aveva l’atelier di Parigi, vicino a quello del maestro Severini, testimonia i loro amichevoli incontri intellettuali ed artistici. Per questo motivo fraNevino aveva dedicato tre omaggi a Severini “sulla perfezione della geometria del quadrato” Due di queste opere appartengono alla collezione della Galleria Ai Molini di Portogruaro. La raccolta comprende numerose quadri del periodo surrealista- metafisico: il ciclo dei Telai, delle Navicelle spaziali, delle Favolette e 4 opere dei Miti del Livenza. Inoltre due del ciclo Grecia ed due del ciclo Espagna.

Le tre crocifissioni, fanno parte di questa collezione donata al Comune, perché sono una interpretazione laica della sofferenza e delle contraddizioni umane. Infatti il pensiero di fraNevino si nutre della filosofia greca e della visione cristiana-francescana, dove idealità e realtà si dissolvono nel mito e nella domanda chi e che cosa siamo ? : “Una tesserina dell’Universo…” ossia l’arte di essere un punto! IL critico Berto Morucchio in un bellissimo ritratto a penna, lo aveva soprannominato “fraNevino dalle stigmate di Andrea del Castagno!”. Infatti in un disegno raffigurante il Cristo, l’artista Stradiotto comunica il suo pensiero francescano: “Voglio stare nella morte tra i poveri che non ebbero il tempo di studiarla”.

Il ciclo “I Miti del Livenza” nasce da un lungo processo di introspezione e di maturazione del nostro “EGO”. FraNevino soleva spesso dire che la vita è una lotta di purificazione del nostro “IO”. Le crudeltà della seconda guerra mondiale, soprattutto per chi operava nei servizi segreti, l’avevano portato a considerare la perversione del concetto di “Potere Assoluto”, espressa nelle crocifissioni. Questa riflessione negli anni si trasforma in un sentimento di purificazione e di elevazione spirituale che il maestro seppe comunicare con il linguaggio del sogno surreale e metafisico. Ecco che il fiume Livenza gli appare come l’Arno di Dante, il Tagliamento di Pasolini, ma soprattutto come il Gange degli Indiani. Il fiume rappresenta il divenire dell’esistenza: la nascita, la morte e la rinascita, si manifestano nei rituali di racconti quotidiani e di desideri lasciati al tempo. Messaggi in parte segreti della sua anima e della sua terra, e delle sue origini levantine. Il Livenza diventa il luogo sacro delle sue visioni e dei suoi sentimenti: la sua più grande ambizione era essere riconosciuto nel suo valore di uomo e di artista dopo morto. Infatti in un’ opera raffigura la metafora dell’uomo-artista ( ripresa dal concetto cristiano del Cristo risorto) che risorge nella memoria e nei cuori della sua gente. In alcune opere c’è una corona d’alloro, simbolo della sua vittoria tra i posteri. Nei dipinti, le ombre, le sagome, sono i contorni del nostro corpo fisico che in punta di piedi si libra nell’aria per conquistare la leggerezza dell’essere. La testa, archivio dei nostri pensieri e vissuti, liberatasi dal corpo si dissolve nello spazio vuoto per continuare l’atto della creazione. La metamorfosi dell’anima si trasforma in un punto luminoso e il linguaggio artistico permette all’artista di sublimare le sue emozioni, narrandoci un frammento di vita nella eterna ricerca del “Primo Motore”.

Ci auguriamo, dunque, che questo inizio di documentazione possa trovare ulteriori sviluppi: molti sono i suoi scritti e molte le opere importanti di collezionisti, mai esposte. E’ la memoria di un artista che si considerava un anarchico-cristiano tanto che aveva rifiutato la pensione di guerra perché riteneva un disonore aver combattuto per un ideale di onnipotenza, anarchico nella vita come nell’arte, oggi si definirebbe un nomade sempre in viaggio alla ricerca della verità …

Portogruaro 2012

a cura di Franca Battain

 



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